La Rocca di Cerere

Enna è il più alto capoluogo di provincia italiano, è caratterizzata da due emergenze rocciose che dominano la città. Su tali rilievi insistono sia la Rocca di Cerere che il Castello di Lombardia (il principale della Sicilia fra XIII e XIV secolo, così chiamato dalla colonia di Lombardi che, nel XII e XIII secolo, in età normanna, occupava il quartiere vicino), separati da un’ampia insenatura che degrada verso il basso per circa sessanta metri, denominata Contrada Santa Ninfa. La presenza dei due principali monumenti storici della città, colloca quest’area tra quelle che sicuramente rivestirono un’importante funzione nelle vicende dell’antica Henna, dalle sue origini indigene all’epoca grecoromana, fino al Medioevo. Nel I sec. a.C. Cicerone, nelle Verrine, descrisse con minuzia di particolari il grandioso santuario di Demetra che sorgeva appunto sulla rocca, terminale di un lungo percorso sacro scandito da sacelli rupestri, statue di divinità colossali e santuari satelliti. Queste testimonianze suscitarono il vivo interesse dei viaggiatori del Grand Tour, come D’Orville, Drunet de Fresie, Jean Houel, che fra Sette e Ottocento attestarono la presenza sulla Rocca di Cerere di un altare al centro della sommità, a cui si accedeva da una rampa intagliata nella roccia, oggi scomparsa.

Un pò di preistoria:
Nei primi del Novecento l’area fu indagata da Paolo Orsi, che eseguì alcuni saggi di scavo nella valletto e nei pressi della rocca, rinvenendo una tomba a fossa di età ellenistica (III sec. a.C.) che insisteva su uno strato archeologico datato all’antica età del Bron-zo (2300-1600 a.C.). Intorno agli anni Ottanta, indagini condotte dalla allora Soprintendenza di Agrigento portarono alla conferma della frequentazione dell’area in epoca preistorica, facendo pensare a un nucleo di capanne risalente all’epoca della cultura di Castelluccio ipotesi confermata dalla presenza, nel parte centrale del costone roccioso che chiude l’area verso est, di alcune tombe a grotticella. Nella parte centrale e sommitale di Contrada S. Ninfa sono presenti delle cave utilizzate nel corso del XIX e del XX secolo, mentre la recente sistemazione dell’area intorno alla rocca ha provocato l’abbassamento del piano originario. Per cui l’antica morfologia dei luoghi risulta oggi del tutto sconvolta. Sul versante occidentale della rocca si segnalano alcuni ambienti rupestri; nei pressi dei quali si conservano i resti di due torri, parte del sistema di fortificazione di età medievale: collegato al castello. Sul versante meridionale della Rocca si trovano poi vari ipogei scavati nella roccia con i resti di una cisterna a campana di età greca (V- IV sec. a.C.) e, in un altro, di deposizioni funerarie di età tardoantica (111-V sec. d.C.).

La mitologia latina vuole che Cerere, dea delle messi, abbia abitato le pendici di Enna e che qui abbia donate ai mortali come nutrimento il pane, ricavato dalle spighe di frumento. La dea, assunte sembianze umane, insegnò i primi rudimenti della semina, della coltivazione e della mietitura del grano, che così sostituì le bacche e i frutti selvatici di cui si nutrivano gli uomini nella notte dei tempi. Gli abitanti di Enna, volendo ringraziare Cerere apportatrice di questo nuovo alimento, eressero in suo onore un tempio famoso in tutta la Magna Grecia. Ovidio, nel quinto libro delle Metamorfosi, narra questi eventi.
Anni fa, furono riportate alla luce varie medagliette in bronzo argento e oro, raffiguranti sul diritto Cerere e sul rovescio una spiga di grano. Furono pure rinvenute monete coniate durante le tirannidi siracusane. Questi reperti sono custoditi nel museo Alessi di Enna. Gelone, tiranno di Siracusa, donò al tempio ennese una statua della dea in marmo, mentre ne esistevano già altre due in bronzo. Queste statue furono deturpate o asportate dai soldati di Verre, durante la sua prefettura in Sicilia. A tale proposito, Marco Tullio Cicerone così si esprime nel VI libro In Verrem: "Hoc iste e signo Cereris avellendum exportandumque curavit. Ante aedem Cereris in aperto ac propatulo loco signa duo sunt". Cerere, sempre secondo la mitologia, si mostrò agli uomini provvida di ogni bene sino a quando Plutone, dio degli Inferi, rapì Proserpina, unica figlia della dea. Il ratto fu compiuto nei pressi di Pergusa: il dio degli Inferi uscì da una spelonca e a viva forza fece salire Proserpina nel suo carro infuocato. Cerere, disperata ed afflitta, pianse tanto da formare con le sue lacrime il lago ancora oggi esistente(vedi Lago di Pergusa). Fu allora che Cerere volle vendicarsi di tutti gli uomini, incendiando e rovinando sistematicamente i loro raccolti (sino a quando, come si legge nei Frammenti Orfici, non venne dall’Attica il buon Trittolemo, gratificato da Demetra, a diffondere nuovamente per il mondo le colture granarie). Il culto di Cerere era pubblico. Chiunque poteva entrare nel tempio per effettuare i sacrifici che venivano chiamati "Talisi". Erano però vietati quelli in cui s’immolavano vite umane. Similmente era praticato il culto di Proserpina, che veniva festeggiata nel periodo della semina, mentre alla madre venivano dedicate le "Cerealia" durante il periodo del raccolto. Le "Cerealia" duravano dieci giorni, nei quali venivano organizzate processioni che culminavano con l’"Antesforia". I fanciulli vestivano abiti bianchi con ghirlande di fiori sul capo. La statua di Cerere era posta su un carro trainato da bianche giovenche; la dea appariva con le vesti di contadina, con una corona di spighe in testa, una cesta sotto il braccio sinistro ed una nappa a destra.
I partecipanti alle processioni erano soliti recitare frasi oscene, affinchè Cerere, afflitta per il ratto della figlia, si rallegrasse e si mostrasse più provvida per il raccolto dell’anno successivo. Successivamente Cerere fu assunta come simbolo di fecondità; infatti, oltre alle "Cerealia", si tenevano le "Tesmoforie", nelle quali venivano distribuiti dolci raffiguranti il sacro millo. Nelle "Cerealia", le processioni si tenevano nei campi: il raccolto veniva posto sull’aia, poi si ornava con foglie di quercia. Il sacerdote cantava le lodi a Cerere e sacrificava su un’ara la vittima destinata. Questa veniva cosparsa di latte e vino mielate e poi uccisa. Compiuto il rito, il sacerdote impugnava una falce, come auspicio per la stagione della mietitura.

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